lunedì 20 agosto 2012

Recensione e commento

Ieri sera sono stato con alcuni amici a vedere il film The help, pellicola pluripremiata che tratta il tema del razzismo nell'America del Sud nei primi anni '60.

Mi è piaciuto: è certamente un bel film, che tratta in maniera convincente il tema della parità di diritti e riesce senz'altro a far passare il messaggio che si propone. Un film riuscito, per me memorabile (nel senso che rimane impresso nella memoria) anche se non eccezionale, non un capolavoro.

(Se non l'avete visto, potete smettere di leggere: da qui in poi parlo solo di quello. Idem se avete intenzione di recuperarlo: contiene spoiler...)

Non mi soffermo qui sulle lodi, che potete trovare in numerosi commenti e recensioni: il soggetto "prende", la recitazione di Viola Davis mi ha colpito parecchio (più di Octavia Spencer che pure ha vinto l'Oscar ma secondo me è più "macchiettistica"), il ritmo mi sembra appropriato per la storia narrata: non troppo rapido, come se fosse un film d'azione, ma nemmeno troppo lento, riempie bene le due ore abbondanti di durata.

Quello che non mi ha entusiasmato è che mi sembra che da quando abbiamo ribaltato i luoghi comuni che imperversavano proprio negli anni '60 (negri=inferiori, indiani=cattivi, giapponesi=musi gialli), i film americani di riscatto sociale seguano sempre lo stesso cliché.

Lo ritrovo da Balla coi lupi in poi (magari c'era anche prima, ma non avevo l'età per capirlo...), passando per Dead man walking, Philadelphia, Pocahontas, Invictus, e chi più ne ha più ne metta. C'è la minoranza buona, ma perseguitata. C'è la maggioranza tipicamente bianca e WASP, cattiva e piena di pregiudizi. C'è l'esponente della maggioranza "diverso" e "illuminato" (l'eroe), e di solito c'è anche il capo dei cattivi (l'antieroe). C'è il lieto fine, magari con qualche nota agrodolce. Non sempre, ma spesso, c'è anche l'esponente della maggioranza che alla fine si converte al bene (qui è la mamma della protagonista).
Lo sviluppo del film risulta quindi, a mio parere, un tantino prevedibile.

Ci sono solo alcuni elementi che si discostano dal cliché, e che quindi tendo a notare con apprezzamento.
Uno è il racconto di una delle cameriere anziane durante la raccolta degli aneddoti per il libro. Costei racconta di un padrone amichevole, che compra un campo attraverso il quale la cameriera doveva passare per raggiungere più agevolmente il lavoro e che le era stato interdetto dal proprietario precedente. E' praticamente l'unico caso di padrone buono e umano, un passaggio quasi trascurabile nel film ma che aiuta a renderlo più verosimile (capisco che l'obiettivo era raccontare le difficoltà, ma non posso credere che fossero proprio tutti così!).
Un altro punto originale è il finale. Ho temuto l'happy end al miele, in cui il personaggio di Elizabeth si ribellasse alla "cattiva" trattenendo la sua cameriera. Invece il finale è più realistico: non si nascondono le difficoltà, ma la speranza è posta nella dignità.
Il lieto fine manca parzialmente anche per la protagonista bianca, che trova gratificazione professionale ma viene mollata dal fidanzato ottuso. Tutta la figura di lui, però, è perfettamente trascurabile nell'economia del film: non aggiunge veramente nulla, si potevano risparmiare quei dieci minuti in cui compare. A un certo punto (quando se ne va da casa di lei, che sta guardando una manifestazione sui diritti civili, adducendo un impegno) ho creduto che ci fosse dietro qualcosa per dargli un po' di spessore, per esempio che fosse un membro del Ku Klux Klan che viene citato in un passaggio del film, invece la storia sentimentale sembra proprio inserita in modo un po' posticcio e forzato.

Mi sarebbe piaciuto, invece di questo rapporto sentimental-romantico, avere qualche delucidazione sul perché la protagonista Skeeter sia così moderna ed emancipata, pur essendo cresciuta nel profondo Sud come le sue amiche. E' stata la sua cameriera? E' stata l'università? Il film non ci mostra alcuna evoluzione del suo personaggio, che nasce già così "buono". Magari leggerò il libro, può essere che dovendo condensare tutto in due ore qualche passaggio si sia perso.

Nel film gli stereotipi nella sceneggiatura sono tali che, per esempio, per tutto il film non si vede un nero cattivo. Il marito di Minny, che si intuisce essere uomo violento e crudele, non viene mai mostrato. Anche l'immagine delle cameriere - che nel libro ovviamente non è così "incarnata" come in un film, lasciando quindi spazio all'interpretazione - è stata resa in modo alquanto tradizionale, con le grasse matrone rese celebri da "Mama" di Via col vento e gli improbabili cappellini di Minny.

Per ora mi fermo qui perché è tardi... appena trovo qualche minuto voglio scrivere qualcosa anche sul messaggio che passa da questo film, che mi ha ispirato qualche collegamento a un libro che ho finito di leggere giusto sabato.

1 commento:

  1. Molto carino (anche se un po' verboso) il libro. Azzeccata la scelta corale di fare raccontare alle cameriere ognuna col suo linguaggio e il suo stile. Non ho visto il film e credo che fosse difficile metterci dentro tutto quello (ed è veramente tanto) che c'è nel libro. Credo che lì si riesca a capire meglio anche il fidanzato conformista, attratto dalla diversità della protagonista, ma troppo fifone. E' abbastanza tipico di molti uomini innamorarsi sinceramente di donne particolari ma poi volerle più ... normali.

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