mercoledì 18 marzo 2026

La riforma della giustizia (4)

Proseguono da ieri le valutazioni sparse sulla riforma. Versione breve: mi pare una modifica che se approvata ha un impatto molto ridotto sia nel bene che nel male. Trovo improbabile che possa fare grossi danni, e ancor più improbabile che possa portare benefici. 

Riprendiamo dal sorteggio.  Su quello continuo ad avere grosse perplessità. Intanto perché le dinamiche correntizie mi sembrano inevitabili in qualsiasi organizzazione umana: ci sono correnti, amicizie, cameratismi nei partiti, nelle associazioni, nelle tifoserie, nella Chiesa… Pensare che sorteggiando i giudici non continuino a essere divisi per orientamento ideologico mi pare illusorio.
Che le correnti influiscano più o meno direttamente dipenderà da come verrà realizzato il sorteggio.

Per inciso, non sono scandalizzato del fatto che i dettagli vengano demandati alle leggi attuative, anche la Costituzione vigente non è esaustiva del funzionamento del CSM, per esempio ho scoperto con stupore che il fatto che i membri laici siano eletti a maggioranza qualificata non è scritto nella Carta ma in una legge ordinaria. 

Tornando in tema, tanto più il sorteggio sarà ampio e casuale, tanto più le correnti entreranno nel CSM in modo statistico (non c’è motivo per cui sul lungo periodo non si ripresentino gli stessi equilibri di forze); se si metteranno più paletti, per esempio pensando a una sorta di “candidatura” o “messa a disposizione” (cosa in qualche modo necessaria per evitare di dover gestire molte rinunce: non è detto che tutti siano disponibili a cambiare lavoro, trasferirsi a Roma o cose simili), allora le correnti potranno lavorare anche sui nomi.

Ma anche con un sorteggio molto aleatorio, cosa potrà succedere quando un carneade sorteggiato da un tribunale di periferia, magari inesperto o in attesa di pensionamento, si troverà catapultato nel mondo romano della gestione dei tribunali di tutta Italia? Io non credo che si troverà esposto alla politica, come paventano i sostenitori del no, ma mi pare assai probabile che si rivolga a qualche magistrato navigato, “importante” che in qualche modo conosce e che sa essere esperto di nomi e nomine: il capo corrente, il superiore, il cacicco. Il Palamara di turno, e siamo daccapo. Si può anche obiettare che comunque non potrà essere peggio del funzionamento attuale. Qui dipende se si vuol dar credito alle narrazioni apocalittiche che si sentono sul CSM, corroborate dallo scandalo Palamara, e quanto si vuol credere che sia un cancro diffuso oppure un malcostume presente ma non esaurisce da solo il discorso sulla qualità del lavoro dell’organo di autogoverno.

Per l’Alta corte disciplinare vale più o meno lo stesso discorso: non ho problemi a credere che oggi il CSM applichi la funzione disciplinare in maniera troppo blanda.
Secondo i fautori del sì è colpa dell’influenza delle correnti.
Questa convinzione la capisco di meno: se guardo come funziona in politica, l’autorizzazione a procedere viene solitamente negata per quelli della propria parte e approvata per quelli della parte avversa. Nella magistratura sembra invece che tutti i magistrati “coprano” tutti, non solo quelli della propria corrente. Come se fosse una sola, grande corrente.
Ma allora il problema non è la corrente: è una difesa corporativa della categoria. Comprensibile: se magistrato io devo giudicare un altro magistrato, so che un domani (i mandati al CSM non sono rinnovabili) potrò essere io a essere giudicato. L’unico modo di svincolarsi da questo meccanismo sarebbe svincolare chi giudica da chi è giudicato, ma d’altra parte non è possibile fare giudicare i giudici a qualcuno che non sia un giudice, pena un indebolimento dell’autonomia di questo potere dello Stato.
Anzi, curiosamente la riforma ricrea qui quell’unità tra magistrati requirenti e giudicanti che era stata oggetto della separazione dei CSM. 

Ci si potrebbe mettere qualche piccola pezza: per esempio separando le carriere anche in quest’Alta corte e facendo giudicare i PM dai magistrati giudicanti e viceversa, in modo da limitare il conflitto d’interessi. Oppure istituire una “specialità” di magistrati disciplinari che si occupano solo di quello. O ancora, almeno, fare in modo che chi esercita la funzione disciplinare siano magistrati in vista di pensione, all’ultimo incarico, che quindi sono certi di non tornare più nella posizione di giudicabili.

Tocchiamo ora il tema della autonomia della magistratura e delle possibili ingerenze politiche. Un timore dei sostenitori del no è che la riforma indebolisca la magistratura a scapito degli altri poteri, segnatamente l’esecutivo. I sostenitori del Sì sottolineano che in Costituzione si ribadisce l’indipendenza della magistratura, e gli organi (i due CSM e l’Alta corte disciplinare) continuano a essere composti da una maggioranza di membri togati. Io non credo che ci sia un grosso rischio, come accennavo prima, di interferenze politiche. Torniamo però al carneade di cui sopra, che viene catapultato via sorteggio nel CSM o nell’Alta corte. Supponiamo di trovarci di fronte a un caso molto “mediatico”, come il trapianto di cuore di Napoli o un caso Cecchetin. Supponiamo che un giudice commini una pena percepita come troppo lasca, e che si scateni una canea. I giornali gridano allo scandalo, il ministero manda gli ispettori, magari i membri laici chiedono un’azione disciplinare. In quel caso sappiamo che il Palamara di turno magari deciderebbe in base alle correnti, ma dell’opinione pubblica se ne fregherebbe. Il suddetto carneade avrebbe la schiena abbastanza dritta da resistere alle pressioni? Mi pare un dubbio legittimo. E le pressioni del “furor di popolo” sono spesso in direzione “manettara”.

A questo proposito, trovo strano che una riforma di impianto garantista, che vorrebbe aumentare le garanzie della difesa, sia difesa e portata avanti da parti politiche spesso inclini al giustizialismo. Lo stesso comizio della presidente del Consiglio, in cui ha suggerito che se vince il No avremo più stupratori impuniti (alludendo ad alcuni rilasci visti come errori giudiziari), ha cercato di tirare voti al sì con motivazioni che titillano la tendenza a “buttare la chiave” verso certi segmenti di popolazione.
D’altra parte anche i campioni del no, da Gratteri al Fatto Quotidiano, si sono distinti per una campagna piena di esagerazioni e mistificazioni. Un livello del dibattito assolutamente indecente. Purtroppo in tempi di alta astensione le consultazioni si vincono mobilitando la propria base per portarla alle urne più degli avversari, credo di averlo già scritto su queste pagine.

Purtroppo questi referendum altamente politicizzati – si noti che fin dal 2016, passando dal 2020 e oggi, le firme vengono raccolte per primi dalla parte che ha approvato la riforma, segno di una ricerca del “plebiscito” – invece che scelte tra opzioni legittime e, tutto sommato, non così impattanti diventano ordalie, giudizi divini, che come effetto collaterale hanno purtroppo che se vince il no il tema diventa intoccabile per lunghissimo tempo (si veda il nucleare, per esempio, o moltissime parti della bocciata riforma Renzi). Mentre forse varrebbe la pena di cambiare qualcosa in questa giustizia, che ha i suoi bei problemi; la maggior parte non collegati ai temi di questa riforma, ma una parte invece da essa affrontati. Con strumenti discutibili, ma non fuori fuoco.


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