domenica 4 giugno 2017

Pentecoste 2017

Ieri mattina sono stato alla Santa Messa delle 11.
Il celebrante era il parroco, che secondo me ha tenuto un'omelia poco centrata.
Già l'incipit "allo Spirito Santo pensiamo troppo poco" mi ha un po' indispettito, ma capisco che don Renato abbia più occhio di me sulla media dei fedeli.
Poi ha fatto una prima parte di omelia con qualche richiamo preconciliare: è partito dallo Spirito che abita in noi, che riceviamo nel battesimo e nella confermazione, per dire che siamo "tempio di Dio" (e fin qui tutto bene) e poi lanciarsi in sottolineature antropologiche sulla dottrina del corpo, sull'essere uomini e donne che deriverebbe da questo essere "tempio di Dio".

Io non ho studiato teologia, quindi sicuramente mi sbaglierò, ma secondo me questa interpretazione è un po' datata: legare l'interpretazione del corpo e della differenza sessuale alla presenza sacramentale dello Spirito rende la cosa troppo esclusivamente cristiana, quasi invalida dal punto di vista di un ateo o di un non credente. Il punto forte della dottrina cristiana nei confronti dell'umanità tutta, almeno da san Tommaso e sicuramente dalla Dignitatis Humanae, è che la verità sull'uomo è antropologica, la somma dignità di ciascuno non è data dal battesimo ma dalla comune figliolanza divina.
In questo periodo sto sudiando, per una tesina, la questione della relazione tra Chiesa e schiavitù, e per troppo tempo si sono usati due pesi e due misure con i cristiani e i non cristiani, i primi liberati da ogni giogo da Cristo, i secondi assoggettabili tranquillamente. Solo nel secolo scorso si è finalmente usciti in modo definitivo da questa impostazione, e trovo che questo sia una grande conquista. Sicuramente anche don Renato è d'accordo, ma gli è scappato detto poco chiaramente nella sintesi dell'omelia di domenica.

Poi la predica è proseguita con la citazione della lettera di mons. Negri dopo la strage di Manchester.
Avevo già letto quel contributo. Capisco che - come dice don Renato - mons. Negri volesse parlare non tanto della strage, ma del mondo moderno, del relativismo, della mancanza di valori, del consumismo, di Satana.
Però mons. Negri non ha scritto un fondo, una riflessione, un articolo di commento, ha scritto una lettera ai ragazzi morti, e quindi - secondo me - facendola completamente fuori dal vaso. Nel testo ci sono dei passaggi inaccettabili se applicati al contesto della strage: la frase "Figli miei, siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto" è una generalizzazione senza fondamento alcuno, visto che non credo che mons. Negri conoscesse nemmeno una delle vittime, per cui usa il termine "vita sprecata". L'unica cosa che mons. Negri sa di quei ragazzi è che erano ad un concerto di Ariana Grande: ha dedotto da questo tutte le sue conclusioni?
La successiva parte sui "peluche" è un'inutile crudeltà che stigmatizza un gesto di empatia, di umana pietà, che sicuramente non arriva alle vette teologiche dell'insonnia di mons. Negri ma è quello che la povera gente che non ha studiato teologia sente di fare con il cuore. E questo solo per limitarsi alle citazioni di don Renato.
Tra l'altro mi stupisce che il parroco pensi che mons. Negri volesse parlare di questioni valoriali, quando lo stesso presule conclude con l'accenno alla guerra di religione, che mi pare la cosa che gli preme di più.

Anche la risposta di una madre, che non ho letto ma che il parroco ha poi citato in predica, mi sembra una generalizzazione offensiva nei confronti di molti genitori che non educano i figli, come dice lei, secondo l'approccio per cui tutto è concesso, "ogni desiderio è un diritto".
Se quella madre ritiene di aver educato così i suoi figli, mal gliene incolga. Se ritiene di osservare questa cosa in suoi conoscenti, già è una cosa diversa, e metta almeno un grano di dubbio nel suo giudizio (la storia della trave e della pagliuzza non dice nulla?).
Ma la generalizzazione stile o tempora o mores mi fa sempre accapponare la pelle. Io conosco moltissimi genitori che si barcamenano nell'educazione dei figli facendo del loro meglio.

Mi chiedo se fosse il caso di usare una strage per parlare dell'educazione dei ragazzi, tanto più dopo che nella notte precedente ne era appena successa un'altra.
Ribadisco: la questione educativa è importantissima, vitale, fondamentale, e chi mi legge sa quanto ci credo. Anche il tema dello scontro di civiltà e/o religioni ha diritto di cittadinanza, non dico di no.
Però così si accostano cavoli e merende, e oltretutto mancando di rispetto e anche capacità di discernimento.

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