La prendo alla larga. Dieci giorni fa ho visto la Continental Cup di atletica. La gara conclusiva era la staffetta 4x400m mista: due uomini e due donne. E' stato abbastanza impressionante vedere la differenza di prestazioni tra uomini e donne.
Veniamo a noi. Domenica ero a spasso sul sentiero della Franciacorta. A un certo punto, da lontano, sento una voce femminile che urla "Basta! Basta! Basta!", frammista a altre concitate voci.
Mi avvicino alla strada. Ci sono due auto parcheggiate al bordo della carreggiata. Sula prima, una ragazza è al posto di guida. E' appoggiata al finestrino, con la testa fra le braccia, piange e singhiozza. Al suo fianco un uomo in bermuda, a torso nudo, ce l'ha con lei, le parla contro. C'è inoltre una signora, credo la madre della ragazza (da qui in poi farò quest'ipotesi), che guidava la seconda auto ma è scesa.
Mentre passo la scena si cheta leggermente. La madre mi guarda, aspetta che sia passato, forse ha un po' vergogna di tutta la scenata che sta succedendo.
Attraverso la strada e riprendo il sentiero. Subito dopo il litigio riprende. Lui inveisce : "Puttana! Puttana! Puttana!". La madre lo fa scendere dall'auto. Si vede che è una donna energica, ed esercita un certo ascendente su di lui, che le obbedisce pur essendo visibilmente alterato, aggressivo ed arrabbiato. Lo fa salire sulla sua auto. Nella conversazione urlata, percepisco la madre che dice "andiamo! Io non ho le chiavi per entrare", forse a casa dei due giovani. Forse intende che lo chiuderà fuori di casa? Lui di nuovo scende dall'auto della suocera e si dirige verso la prima auto. Continua a urlare. Sento anche una minaccia, "stanotte te la faccio pagare". Di nuovo la madre fa scendere l'uomo e lo riporta verso la sua auto.
Estraggo il cellulare, digito il 112. Però non so esattamente dove siamo, non conosco la via di riferimento, sono su un sentiero. Faccio mente locale, nel giro di qualche decina di secondi le due auto ripartono. Con il senno di poi avrei dovuto prendere le targhe. Speriamo che vada tutto bene.
E mi trovo a pensare. In questi casi è facile cadere nel victim blaming. Capiamoci, queste cose non dovrebbero mai succedere.
Quello che non capisco è il meccanismo a monte. Io non ci credo che una persona dà fuori di matto così, di punto in bianco. Pensando anche alla mia esperienza, posso dire che fin da adolescenti si vedono i ragazzi maneschi, bulli, aggressivi, violenti. Com'è possibile che una donna, in fase di corteggiamento, di primi approcci, possa trovare attraente una persona che ha di questi atteggiamenti? Certo, non con lei: con gli altri. Ma "con me è diverso" non funziona. Non è una garanzia, per nulla.
L'unica cosa che mi viene in mente sono certi meccanismi da adolescenti, da scuola media, per cui la bellona della classe (spesso un po' oca) si mette con il bullo di turno perché "è figo". Alle scuole medie magari puoi anche pensare che quello è figo e fa ridere tanto, ridicolizzando i più deboli. Ma crescendo si capisce - spero - che fare il bullo vuol dire compiere del male, e chi o fa è quindi una persona capace di male, di violenza. Non posso pensare che le donne non vedano questa cosa, quando si approcciano con una persona. Prima che sia troppo tardi (e se ci vivi assieme è troppo tardi: lui sa dove lavori, che vita fai, come trovarti, ti è sempre contiguo). Una donna che conosco dice che non so quanto è forte lo spirito da crocerossine. Sarà.
E quando un uomo è capace di fare del male, ha un vantaggio naturale nei confronti della donna: è più forte. Lo è costituzionalmente - torniamo alla staffetta mista. Certo, siamo tutti uguali per dignità e diritti. Ma la differenza sessuale esiste, e non è solo che tu donna hai l'utero e lui il pisello. Lui è anche più forte di te. C'è poco da fare. E allora se vorrà usare violenza lo potrà fare con una certa facilità.
Andrebbe spiegato alle adolescenti: noi uomini siamo pericolosi. Lo siamo perché siamo più forti di voi. Per questo bisogna essere prudenti. Quando ci si lega a una persona,
dandogli le chiavi della propria vita, bisogna essere assolutamente
certi che non sia una persona capace di violenza. Che non abbia scatti
d'ira. Che non ami menare le mani. Perché finché lo fa con gli altri,
ok. E se domani toccasse a te?
Dice: ma con le persone bisogna ragionare, parlarci, provare a capirli, a calmarli. Non possiamo ragionare solo basandoci sulla forza bruta, non sitiamo mica parlando di animali! Certo. Per questo dico che bisogna essere certi che il possibile futuro partner non ragioni come un animale.
Si potrebbe allargare il discorso parlando del fatto di quanto possa essere affidabile un uomo che sta con una donna ingannadone un'altra, e se già questo non sia in sé un fare del male, ma non è il momento. In questa sede mi interessa solamente l'aspetto fisico, animale.
mercoledì 19 settembre 2018
lunedì 17 settembre 2018
Il secolo dello spegnimento dei lumi (2)
Titolo questo post come il precedente. In comune hanno poco (o forse no, non l'ho ancora focalizzato) se non l'atmosfera.
Ho trovato queste parole di monsignor Georg Gaenswein, storico braccio destro di Benedetto XVI. Le trovo belle, le offro.
Dell'Opzione Benedetto, di cui parla Gaenswein, avevo già accennato qui. E' un'opzione per il futuro, una delle possibili.
Nel mentre sto leggendo il saggio Chiesa e democrazia, di Antonio Acerbi. Ho apena finito di leggere la parte su Maritain. Un gigante. Posizioni complesse, per cui forse non ho la preparazione sufficiente, ma si capisce che ha fatto uno sforzo intellettuale titanico.
Ecco, leggendo le parole di mons. Georg - e quelle di Benedetto XVI da lui riportate - non posso fare a meno di confrontarle con l'idea personalista di una società democratica fondata su valori morali, essenzialmente cristiani.
Mi pare che la posizione di Maritain potesse andar bene quando la mentalità cristiana era comunque un idem sentire di fondo, e mi sembra che lui fosse molto eurocentrico come visione. Anche la libertà di pensiero e di religione - in Maritain - funzionava finché comunque la maggioranza sceglieva liberamente un approccio cristiano (più o meno praticante, non importa).
Man mano che ciò non avviene più, e ci confrontiamo sempre più spesso con altre religioni, mi chiedo quale sia l'approccio teoretico che dovremmo utilizzare. E si torna all'Opzione Benedetto.
Ho trovato queste parole di monsignor Georg Gaenswein, storico braccio destro di Benedetto XVI. Le trovo belle, le offro.
Dell'Opzione Benedetto, di cui parla Gaenswein, avevo già accennato qui. E' un'opzione per il futuro, una delle possibili.
Nel mentre sto leggendo il saggio Chiesa e democrazia, di Antonio Acerbi. Ho apena finito di leggere la parte su Maritain. Un gigante. Posizioni complesse, per cui forse non ho la preparazione sufficiente, ma si capisce che ha fatto uno sforzo intellettuale titanico.
Ecco, leggendo le parole di mons. Georg - e quelle di Benedetto XVI da lui riportate - non posso fare a meno di confrontarle con l'idea personalista di una società democratica fondata su valori morali, essenzialmente cristiani.
Mi pare che la posizione di Maritain potesse andar bene quando la mentalità cristiana era comunque un idem sentire di fondo, e mi sembra che lui fosse molto eurocentrico come visione. Anche la libertà di pensiero e di religione - in Maritain - funzionava finché comunque la maggioranza sceglieva liberamente un approccio cristiano (più o meno praticante, non importa).
Man mano che ciò non avviene più, e ci confrontiamo sempre più spesso con altre religioni, mi chiedo quale sia l'approccio teoretico che dovremmo utilizzare. E si torna all'Opzione Benedetto.
mercoledì 5 settembre 2018
Il secolo dello spegnimento dei lumi
Ottima lettura, molto interessante.
Mi trovo d'accordo in parecchi punti con Sofri, che fa un'acuta disamina pessimistica dell'attuale "spirito del tempo".
Mi sembra che però pecchi sull'analisi delle cause, ma forse non gli interessa peritarsene, in quella sede.*
Nemmeno io ho le forze di analizzare un fenomeno così epocale. Metto giù solo alcuni spunti, so già disordinati.
Intanto, il discorso non è nuovo. Ricordo bene il discorso sull'individualismo edonista di cui si incolpavano gli anni '80 e le televisioni private, e poi Berlusconi che sdogana l'essere più furbi.
Per le epoche precedenti non posso avere memoria, per ragioni anagrafiche. Per quel che so, mi pare che una fetta di colpa l'abbiano il '68 e i moti radical/libertari. Abbattere i tabù, che erano molti e vetusti, ma che comprendevano alcune delle remore sociali che Sofri rimpiange, ha buttato il bambino (il senso di responsabilità nei confronti del prossimo) con l'acqua sporca (il fatto di "doversi" comportare in un certo modo, in ogni caso e per imposizione esterna).
Mi trovo d'accordo in parecchi punti con Sofri, che fa un'acuta disamina pessimistica dell'attuale "spirito del tempo".
Mi sembra che però pecchi sull'analisi delle cause, ma forse non gli interessa peritarsene, in quella sede.*
Nemmeno io ho le forze di analizzare un fenomeno così epocale. Metto giù solo alcuni spunti, so già disordinati.
Intanto, il discorso non è nuovo. Ricordo bene il discorso sull'individualismo edonista di cui si incolpavano gli anni '80 e le televisioni private, e poi Berlusconi che sdogana l'essere più furbi.
Per le epoche precedenti non posso avere memoria, per ragioni anagrafiche. Per quel che so, mi pare che una fetta di colpa l'abbiano il '68 e i moti radical/libertari. Abbattere i tabù, che erano molti e vetusti, ma che comprendevano alcune delle remore sociali che Sofri rimpiange, ha buttato il bambino (il senso di responsabilità nei confronti del prossimo) con l'acqua sporca (il fatto di "doversi" comportare in un certo modo, in ogni caso e per imposizione esterna).
martedì 28 agosto 2018
Testimoni politici
Sabato sono stato a Messa, celebrava il sempre bravo don Andrea Giovita.
Ha ribadito un concetto che da Paolo VI in poi abbiamo sentito un milione di volte: l'evangelizzazione ha bisogno di testimoni, non di maestri. Praticare il cristianesimo nei fatti, non a parole.
Mi chiedevo quanto questo ragionamento possa essere applicabile alla politica. Essa è un'attività che prevede pochi "posti di lavoro": non è che domani mattina ci alziamo e diciamo "ok, oggi comincio a fare il politico cattolico". Inoltre è un'attività naturalmente connessa alla parola, che ne è una parte consistente. In questo caso quindi un politico cattolico difficilmente potrà esimersi dall'essere "maestro".
Ciò non toglie che, come ho già scritto altre volte, faccio molta fatica a trovare oggi dei politici cattolici che siano di esempio, dei veri testimoni. Non agli altissimi livelli, almeno. Mattarella, forse?
Ha ribadito un concetto che da Paolo VI in poi abbiamo sentito un milione di volte: l'evangelizzazione ha bisogno di testimoni, non di maestri. Praticare il cristianesimo nei fatti, non a parole.
Mi chiedevo quanto questo ragionamento possa essere applicabile alla politica. Essa è un'attività che prevede pochi "posti di lavoro": non è che domani mattina ci alziamo e diciamo "ok, oggi comincio a fare il politico cattolico". Inoltre è un'attività naturalmente connessa alla parola, che ne è una parte consistente. In questo caso quindi un politico cattolico difficilmente potrà esimersi dall'essere "maestro".
Ciò non toglie che, come ho già scritto altre volte, faccio molta fatica a trovare oggi dei politici cattolici che siano di esempio, dei veri testimoni. Non agli altissimi livelli, almeno. Mattarella, forse?
venerdì 17 agosto 2018
La nuova pinacoteca
Sono di ritorno dalla rinnovata pinacoteca Tosio-Martinengo.
Mi aspettavo di più. Molto di più.
Essenzialmente è una esposizione cronologica di quadri. Niente guizzi nell'allestimento, nei pannelli esplicativi, nella presentazione del percorso. Dopo nove anni di lavori mi lascia un po' l'amaro in bocca.
Iniziamo dal clima. Là dentro si gelava. Non so chi ha scelto la temperatura, ma ha decisamente esagerato.
Ma al di là di questo delude la scelta di presentare le tele in modo così elementare, praticamente solo cronologico. Non c'è stata ricerca di accostamenti, spiegazione di differenze stilistiche, affiancamento di modelli (ricordo solo una sala fatta così, quella con Moretto, Savoldo e Lotto). La sala più riuscita - non so quanto voluta, visto che anch'essa è in successione cronologica con le altre - è quella sul Seicento non bresciano, in cui si vede la contrapposizione tra caravaggeschi e classicisti.
La presentazione cronologica rende evidente che dopo i grandi del nostro Rinascimento (Ferramola, Foppa, Moretto, Romanino) Brescia esce dalla mappa, con la bella ma particolarissima eccezione del Ceruti.
Questo - con scelta discutibile - si nota anche nella struttura delle sale, che da ampie e ariose si fanno piccole, quasi sgabuzzini o corridoi di passaggio in cui mettere le opere minori. In una "deviazione" del percorso finiscono così le quattro stagioni del Rasio, che avrebbero meritato miglior sorte. In un vicolo cieco anche alcune opere varie, che evidentemente non si sapeva dove mettere, tra cui il trittico del Cifrondi. Peccato che Cifrondi sia uno degli ispiratori del Pitocchetto, a cui è dedicata una sala precedente: qui il criterio cronologico avrebbe potuto essere utile a evidenziare il legame, invece ha prevalso il criterio "sgabuzzino".
Le opere di questa parte risultano quindi poco valorizzate. Ciò si vede anche dal fatto che alcune - i ritratti settecenteschi, per esempio - non hanno un proprio cartellino esplicativo ma sono citate solo nel pannello generico della sala. Questo in pratica le certifica come opere di "serie B".
Mi chiedo se non ci fosse un modo più intelligente per valorizzare anche le opere minori. O altrimenti, se non c'è, limitiamo l'esposizione ai classici, per poi mostrare il Pitocchetto e le committenze ottocentesche del Tosio, con cui in extremis la raccolta si risolleva.
Anche le didascalie e i pannelli esplicativi sono in maggioranza piuttosto deludenti (quando ci sono). Scialbi, elementari, che si limitano a descrivere l'opera senza aggiungere nulla a quello che già posso vedere con gli occhi. Leggendoli imparo poco, insomma.
Lo stesso allestimento è da sufficienza risicata. Va bene, ci sono le pareti colorate, ma sono tutti quadri semplicemente messi alle pareti, mancano pannelli a centro sala, percorsi privilegiati per le opere maggiori (il Cristo e l'angelo del Moretto non avrebbe meritato uno spazio a sé, magari dietro una divisoria con una infografica introduttiva?). L'unica sala in cui si è osato qualcosa è quella con il Roveto ardente appeso al soffitto (non un gran quadro, tra l'altro).
Non so, io e mia moglie siamo degli amatori di musei e pinacoteche, da Brescia - in grado di fare un lavoro superbo con S. Giulia - ci aspettavamo di più, molto di più. Gli esempi di ottime valorizzazioni in giro per l'Italia non mancano (siamo tornati oggi da Sansepolcro).
In conclusione, nuovo allestimento: voto 5. Per fortuna ci salvano alcuni capolavori, che però c'erano anche prima dei nove anni di lavori...
Mi aspettavo di più. Molto di più.
Essenzialmente è una esposizione cronologica di quadri. Niente guizzi nell'allestimento, nei pannelli esplicativi, nella presentazione del percorso. Dopo nove anni di lavori mi lascia un po' l'amaro in bocca.
Iniziamo dal clima. Là dentro si gelava. Non so chi ha scelto la temperatura, ma ha decisamente esagerato.
Ma al di là di questo delude la scelta di presentare le tele in modo così elementare, praticamente solo cronologico. Non c'è stata ricerca di accostamenti, spiegazione di differenze stilistiche, affiancamento di modelli (ricordo solo una sala fatta così, quella con Moretto, Savoldo e Lotto). La sala più riuscita - non so quanto voluta, visto che anch'essa è in successione cronologica con le altre - è quella sul Seicento non bresciano, in cui si vede la contrapposizione tra caravaggeschi e classicisti.
La presentazione cronologica rende evidente che dopo i grandi del nostro Rinascimento (Ferramola, Foppa, Moretto, Romanino) Brescia esce dalla mappa, con la bella ma particolarissima eccezione del Ceruti.
Questo - con scelta discutibile - si nota anche nella struttura delle sale, che da ampie e ariose si fanno piccole, quasi sgabuzzini o corridoi di passaggio in cui mettere le opere minori. In una "deviazione" del percorso finiscono così le quattro stagioni del Rasio, che avrebbero meritato miglior sorte. In un vicolo cieco anche alcune opere varie, che evidentemente non si sapeva dove mettere, tra cui il trittico del Cifrondi. Peccato che Cifrondi sia uno degli ispiratori del Pitocchetto, a cui è dedicata una sala precedente: qui il criterio cronologico avrebbe potuto essere utile a evidenziare il legame, invece ha prevalso il criterio "sgabuzzino".
Le opere di questa parte risultano quindi poco valorizzate. Ciò si vede anche dal fatto che alcune - i ritratti settecenteschi, per esempio - non hanno un proprio cartellino esplicativo ma sono citate solo nel pannello generico della sala. Questo in pratica le certifica come opere di "serie B".
Mi chiedo se non ci fosse un modo più intelligente per valorizzare anche le opere minori. O altrimenti, se non c'è, limitiamo l'esposizione ai classici, per poi mostrare il Pitocchetto e le committenze ottocentesche del Tosio, con cui in extremis la raccolta si risolleva.
Anche le didascalie e i pannelli esplicativi sono in maggioranza piuttosto deludenti (quando ci sono). Scialbi, elementari, che si limitano a descrivere l'opera senza aggiungere nulla a quello che già posso vedere con gli occhi. Leggendoli imparo poco, insomma.
Lo stesso allestimento è da sufficienza risicata. Va bene, ci sono le pareti colorate, ma sono tutti quadri semplicemente messi alle pareti, mancano pannelli a centro sala, percorsi privilegiati per le opere maggiori (il Cristo e l'angelo del Moretto non avrebbe meritato uno spazio a sé, magari dietro una divisoria con una infografica introduttiva?). L'unica sala in cui si è osato qualcosa è quella con il Roveto ardente appeso al soffitto (non un gran quadro, tra l'altro).
Non so, io e mia moglie siamo degli amatori di musei e pinacoteche, da Brescia - in grado di fare un lavoro superbo con S. Giulia - ci aspettavamo di più, molto di più. Gli esempi di ottime valorizzazioni in giro per l'Italia non mancano (siamo tornati oggi da Sansepolcro).
In conclusione, nuovo allestimento: voto 5. Per fortuna ci salvano alcuni capolavori, che però c'erano anche prima dei nove anni di lavori...
domenica 12 agosto 2018
Corso pre-divorziale
Oggi il Papa ha esortato i giovani a sposarsi, se c'è amore vero, senza farsi condizionare dalle condizioni esterne.
Proprio oggi ho avuto notizia di un altro divorzio, dopo pochi anni di matrimonio, con due figli piccoli.
Sposarsi giovani non rischia di far saltare il matrimonio alle prime difficoltà?
Secondo me no. Non importa l'età. Tante volte cresciamo i figli nella bambagia, non sono abituati alle difficoltà. Ma le difficoltà arrivano.
Non basta dirglielo al corso fidanzati: finché le difficoltà non le vivi, non è la stessa cosa.
Allora bisogna avere persone formate a prendersi le proprie responsabilità e a non essere egoisti, fin da bambini. Un corso fidanzati che dura tutta la vita, come ho letto non so dove.
Nel corso forse sarebbe utile portare esempi, testimonianze di difficoltà che hanno portato al divorzio alcune coppie. Difficoltà che interpellano (malattia, ludopatia, tradimento...) accompagnate da testimonianze per cui restare fedeli "nella buona e nella cattiva sorte" è possibile.
Proprio oggi ho avuto notizia di un altro divorzio, dopo pochi anni di matrimonio, con due figli piccoli.
Sposarsi giovani non rischia di far saltare il matrimonio alle prime difficoltà?
Secondo me no. Non importa l'età. Tante volte cresciamo i figli nella bambagia, non sono abituati alle difficoltà. Ma le difficoltà arrivano.
Non basta dirglielo al corso fidanzati: finché le difficoltà non le vivi, non è la stessa cosa.
Allora bisogna avere persone formate a prendersi le proprie responsabilità e a non essere egoisti, fin da bambini. Un corso fidanzati che dura tutta la vita, come ho letto non so dove.
Nel corso forse sarebbe utile portare esempi, testimonianze di difficoltà che hanno portato al divorzio alcune coppie. Difficoltà che interpellano (malattia, ludopatia, tradimento...) accompagnate da testimonianze per cui restare fedeli "nella buona e nella cattiva sorte" è possibile.
martedì 7 agosto 2018
Daisy. E gli altri?
Ha fatto molto rumore il caso di Daisy Osakue, a cui formulo i migliori auspici per i campionati europei di Berlino. L'atleta dell'uovo, ricordate?
Quel caso è stato cavalcato da molti giornali e mass media, non ultimo Avvenire.
Il caso ha però surclassato tutte le altre aggressioni a stampo razzista degli ultimi mesi, da Soumaila Sacko alla bimba rom colpita da una fucilata ad aria compressa.
Peccato che il caso di Daisy Osakue non fosse a matrice razzista. Era una stupida bravata, già compiuta a danno di altre persone di ogni colore. Quando la cosa è saltata fuori, coloro che negano il razzismo hanno avuto buon gioco a dire "Visto? I soliti pregiudizi, al lupo-al lupo!".
Si è scelto come caso di copertina un caso in cui la matrice razzista, fin dall'inizio, è apparsa dubbia. Perché? Perché la giovane atleta italiana di seconda generazione vende di più. Perché la cittadinanza italiana toglie argomenti ai razzisti. O forse perché gli altri casi non sono "vendibili" come vittime. Non sono belli, non sono simpatici, non sono italiani. Sono braccianti. Sono sospetti ladri, come la vittima di Aprilia. Sono addirittura rom.
Secondo me siamo al confine tra strategia mediatica e razzismo. Le vittime brutte e sporche sono meno vittime, non vendono, non sono utili alla causa. A volte funziona: Rosa Parks, adulta di classe media, vendeva di più di Claudette Colvin, studentella un po' testa calda con due figli da due uomini diversi e mai sposata. Stavolta si è scommesso su Daisy, e si è perso. Lo sbugiardamento della matrice razzista del suo caso ha piallato tutte le vere aggressioni razziste dell'estate.
Una bella responsabilità per la stampa, anche cattolica.
Una volta scoperto l'altarino, mentre i media governativi (da Libero al Fatto) sguazzavano nella cosa, non ho visto autocritiche. Anzi, a volte il discorso è: "Forse non era razzismo, ma era verosimile - è come se lo fosse". Sono gli stessi argomenti usati da chi propaganda le fake news sugli immigrati.
Io credo che se si alza l'asticella e ci si mette dalla parte dei "buoni" bisogna stare attenti a questi meccanismi, ed evitarli come la peste.
Quel caso è stato cavalcato da molti giornali e mass media, non ultimo Avvenire.
Il caso ha però surclassato tutte le altre aggressioni a stampo razzista degli ultimi mesi, da Soumaila Sacko alla bimba rom colpita da una fucilata ad aria compressa.
Peccato che il caso di Daisy Osakue non fosse a matrice razzista. Era una stupida bravata, già compiuta a danno di altre persone di ogni colore. Quando la cosa è saltata fuori, coloro che negano il razzismo hanno avuto buon gioco a dire "Visto? I soliti pregiudizi, al lupo-al lupo!".
Si è scelto come caso di copertina un caso in cui la matrice razzista, fin dall'inizio, è apparsa dubbia. Perché? Perché la giovane atleta italiana di seconda generazione vende di più. Perché la cittadinanza italiana toglie argomenti ai razzisti. O forse perché gli altri casi non sono "vendibili" come vittime. Non sono belli, non sono simpatici, non sono italiani. Sono braccianti. Sono sospetti ladri, come la vittima di Aprilia. Sono addirittura rom.
Secondo me siamo al confine tra strategia mediatica e razzismo. Le vittime brutte e sporche sono meno vittime, non vendono, non sono utili alla causa. A volte funziona: Rosa Parks, adulta di classe media, vendeva di più di Claudette Colvin, studentella un po' testa calda con due figli da due uomini diversi e mai sposata. Stavolta si è scommesso su Daisy, e si è perso. Lo sbugiardamento della matrice razzista del suo caso ha piallato tutte le vere aggressioni razziste dell'estate.
Una bella responsabilità per la stampa, anche cattolica.
Una volta scoperto l'altarino, mentre i media governativi (da Libero al Fatto) sguazzavano nella cosa, non ho visto autocritiche. Anzi, a volte il discorso è: "Forse non era razzismo, ma era verosimile - è come se lo fosse". Sono gli stessi argomenti usati da chi propaganda le fake news sugli immigrati.
Io credo che se si alza l'asticella e ci si mette dalla parte dei "buoni" bisogna stare attenti a questi meccanismi, ed evitarli come la peste.
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