sabato 31 maggio 2025

Verso il referendum sulla cittadinanza

Torniamo sul quinto referendum, quello sulla cittadinanza. Ne sento parlare poco, rispetto a quello che mi sarei aspettato. Mi sarei aspettato che il dibattito si sarebbe concentrato più che altro su questo quesito, invece mi pare che si parli di tutti più o meno allo stesso modo. Forse è dovuto al fatto che la forza trascinante è la CGIL.

Nel merito, è il quesito più semplice e comprensibile di tutti: ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza minimo per poter richiedere la cittadinanza.

Se dovessi giudicare nell’empireo, cinque anni da quando si mette piede in Italia mi sembrerebbero pochi. Si obietta che in realtà ci sono i tempi biblici della burocrazia italiana, che fanno sì che una domanda venga evasa in tre o quattro anni, perciò quando si dice cinque in pratica diventano almeno otto. Ma sempre dall’empireo potrei ribattere che la legge modificata dal referendum direbbe cinque e non otto, e se domani si risolvessero i problemi burocratici (…) qualcuno potrebbe avere la cittadinanza dopo cinque anni e un giorno.
Al di là della evidente impossibilità di questo discorso puramente ipotetico, al nostro Candide che vive nell’empireo si può ribattere che in realtà i cinque anni sono solo uno dei molti requisiti per la cittadinanza: ci sono anche la fedina penale pulita, propria e dei famigliari, la conoscenza della lingua (il livello B1 è tale che metterebbe in difficoltà anche un buon numero di autoctoni…), la residenza certificata e continuativa, la capacità contributiva, oltre alle spese vive della pratica che fanno da barriera d’ingresso. Considerando che in giro per l’Europa 10 anni sono sostanzialmente una eccezione (come noi tra i grandi e medi Paesi occidentali solo la Spagna richiede una attesa così lunga, in mezzo a molte leggi da 5/6 anni) io non vedo ostacoli.

L’unica controindicazione che mi sovviene, che però più che una obiezione è una specie di ricatto, è che il requisito di fedina penale pulita da parte dei familiari conviventi è una possibile arma di pressione quando le seconde generazioni danno problemi, cosa che statisticamente (vedi anche la Francia) succede piuttosto di frequente. Un ragazzo problematico viene magari tenuto a bada (o spedito dagli zii d’origine) se rischia di mettere a repentaglio la richiesta di cittadinanza; una volta arrivata la carta d’identità questo mezzo di pressione viene meno. Ma, come scrivevo, si tratta di una specie di ricatto.

Due osservazioni più generali. La prima: qualche tempo fa la Corte Europea di Giustizia ha condannato Malta per la “vendita” di passaporti maltesi, sostenendo che "Una siffatta prassi non consente di accertare il necessario vincolo di solidarietà e di lealtà tra uno Stato membro e i suoi cittadini. Questa sentenza sembra suggerire che la cittadinanza va “meritata” e che criteri troppo laschi non sono accettabili nell’UE. Non credo che sia decisamente il caso dei cinque anni di cui parla il referendum, visto che è la stessa norma presenta in molti altri Stati, ma è una impostazione interessante.

Secondo me tutta questa attenzione e cautela è data dalla “definitività” della attribuzione di cittadinanza, che una volta data non si può togliere (se non in casi estremamente eccezionali). E vengo alla seconda osservazione: secondo me bisognerebbe dare molto più peso alla residenza che non alla cittadinanza. Come se fosse una specie di “cittadinanza a tempo”: per il principio no taxation without representation, dopo un certo tempo in cui vivo e pago le tasse in un posto dovrei votare lì, come anche (cose che succede già) usufruire lì di sanità e servizi pubblici. Allo stesso modo, se da un po’ non vivo in Italia potrei anche perdere il diritto di votare qui, per recuperarlo quando torno. Insomma, ci dovrebbe essere meno differenza tra cittadini e non cittadini nella vita di tutti i giorni. Più residenza, meno cittadinanza!

venerdì 30 maggio 2025

Verso i referendum sul lavoro

Trovo qualche momento per buttare giù qualche impressione sui referendum prossimi venturi. Lo faccio partendo da questo articolo.

Sul primo quesito, sulla disciplina di licenziamenti e reintegri, mi par di capire che la scansione è stata: una volta c’era l’articolo 18 per tutti i dipendenti di aziende sopra i 15 dipendenti, poi si sono introdotte varie leggi, tra cui Fornero, Jobs Act e sentenze della Consulta, che hanno creato una situazione più frammentata. Il referendum ripristinerebbe l’obbligo di reintegro (l’azienda non se la cava “semplicemente” pagando) per una parte di queste casistiche, i licenziamenti collettivi (quindi non si tornerebbe al vecchio articolo 18), passando da un giudice che deve valutare se siano stati effettuati per motivi giudicati illegittimi.

Sul secondo quesito, riguardante l’importo degli indennizzi per licenziamenti nelle piccole imprese, si vuole abrogare il limite di sei mensilità (aumentabili fino a 14 in alcuni casi) consentendo al giudice di decidere caso per caso.

Sul terzo quesito, riguardante i contratti a termine, si vuole ripristinare l’obbligo di esplicitare la causale. Principio secondo me sacrosanto, ma che probabilmente verrà aggirato con causali generiche tipo “picco di lavoro” per cambiare poco o nulla a livello pratico, con solo qualche scartoffia in più. Si potrà forse dimostrare l’inconsistenza di queste motivazioni fittizie passando da un giudice.

Questi primi tre quesiti mi sembrano tutti sulla stessa falsariga: il principio che si vuole perseguire è corretto. Le imprese magari lamenteranno gli oneri, i lacci e lacciuoli e così via, ma è anche vero che numeri alla mano la libertà e flessibilità introdotta dal Jobs Act non ha portato a chissà quale aumento di contratti e vivacità di lavoro. Nel perseguire questo principio, però, i referendum sono formulati in modo tale che l’effetto sia limitato e interessi pochi casi. Tra l’altro tutte le possibilità che verrebbero introdotte con la nuova disciplina richiederebbero l’intervento del giudice, che se in astratto è opportuno – è giusto che un giudice valuti ogni caso a sé stante prendendo decisioni specifiche – in pratica vuol dire imbarcarsi nei tempi biblici della giustizia, soprattutto civile, e nei relativi costi. Quanti lavoratori hanno la voglia o la possibilità di impegnarsi in anni di contenzioso, invece di accettare comunque un indennizzo? Alla fine cambierebbe probabilmente poco, con in più un effettivo aggravio di burocrazia e carico giudiziario, senza contare (secondo quesito) che avere un quadro più certo e meno aleatorio potrebbe essere gradito non solo alle imprese ma anche ai lavoratori. Ciò non toglie, tornando a bomba, che io sia d’accordo coi principi verso cui tendono tutti e tre i referendum. 

Sul quarto quesito, sulla responsabilità tra appalti e subappalti, la questione è complessa. Se non ho capito male, già oggi il committente e la ditta appaltatrice sono corresponsabili con le imprese subappaltatrici in caso di infortuni ai dipendenti di queste ultime, ma con una eccezione: ciò non si applica quando l’attività dell’appaltatrice sia totalmente estranea a quella del committente, che quindi non ha competenza in quel campo, che è specifico dell’appaltatrice. Detta così, sembra che – a differenza degli altri casi – l’attuale disciplina segua un principio corretto. E però i casi in cui il committente finisce per lavarsene le mani della sicurezza dei subappalti possono essere molti, troppi, stante la abitudine di creare società ad hoc per certi bandi, magari con motivazioni finanziarie (vari soci che investono il loro capitale in una impresa costituita per l’occasione) o, anche senza arrivare alle imprese ad hoc, vista comunque l’ampia diffusione dei subappalti e delle esternalizzazioni. Il risultato è che capita che delle imprese prendano appalti per lavori su cui hanno poca o nulla competenza specifica, che quindi viene delegata ampiamente, delegando anche la responsabilità. Si consideri poi che il criterio sugli appalti è solitamente il massimo ribasso, perciò la pressione sulla sicurezza è alta. La soluzione ai problemi di sicurezza allora qual è? In teoria dovrebbero essere più controlli e più ispettori. Il referendum vuole – si può dire in due modi: più responsabilità/corresponsabilità ai massimi livelli, che suona bene, oppure: più sanzioni anche ai massimi livelli, che invece può essere letto come un approccio punitivo che abbiamo visto anche a destra su tanti altri ambiti. Quanto al massimo ribasso, il problema c’è sempre stato e sempre ci sarà, non è oggetto del referendum ma mi pare anche che non si sia mai trovato un metodo funzionale per superare questo metodo e le sue controindicazioni.

Grande è la confusione sotto il cielo, tanto che sulla cittadinanza tornerò un’altra volta…

giovedì 24 aprile 2025

Isaac Asimov

Segnalo questo articolo molto completo sulla figura di Isaac Asimov, che condivido praticamente al 100%.
Parliamo di un genio assoluto, che ha la piccola "colpa" di aver indirizzato, con il suo stile asciutto e semplice, la fantascienza tutta verso quella direzione, o quella vulgata.
Ma i suoi sterminati racconti sono una summa filosofica di domande sulla realtà, l'esistente, il sapere, in definitiva su cos'è l'uomo.
Sono la versione fantascientifica delle tragedie greche, senza essere tragedie ma con in più l'ottimismo.
Questo passaggio
Un paradosso ambulante: l’uomo che è stato un pilastro della “space opera” raramente lasciava New York. E di solito prendeva il treno.

mi ricorda Salgari, l'uomo che descrisse mondi esotici e avventurosi senza allontanarsi mai dalla pianura padana.

Salgari e Asimov, due pilastri della letteratura per ragazzi. A 10-12 anni divoravo il primo, il secondo l'ho conosciuto un po' tardi - probabilmente l'età giusta è l'adolescenza tra i 15 e i 20 ma l'ho divorato ugualmente.
E entrambi non li rileggo, per evitare il fatto che "invecchiano male". Ma sarà vero, poi, di Asimov? Forse i cicli sì, ma le novelle, molte novelle sono geniali a ogni età.

 

martedì 22 aprile 2025

Il lascito di papa Francesco

Alla morte di un papa è normale fare dei bilanci.

Papa Francesco lascia, secondo me, una impronta dottrinale forte, la Laudato si', una impronta pastorale ben visibile ma non so se altrettanto forte e una eredità problematica.

Cominciamo dalla Laudato Si'. Prima di essa non c'era una sistemazione organica del tema ecologico nella dottrina sociale della Chiesa. Francesco inoltre non ha solo parlato di ecologia, cosa che si sarebbe potuta fare in molti modi, ma ha legato il tema a un'impostazione complessiva, quella dell'ecologia integrale, che unisce ("tutto è connesso") la tematica ambientale a quella sociale e pure a quella etica. Un mondo che genera "scarti" tra le persone, tra i bambini non nati, non può non generare scarti anche nell'ambiente. La cosa assomiglia parecchio alla connessione che fece madre Teresa di Calcutta quando nel discorso di accettazione del Nobel parlò dell'aborto come maggiore minaccia alla pace.

Questa impostazione di condanna dello scarto e della sopraffazione di uomini su altri uomini si è tradotta in una forte attenzione pastorale per le periferie, per i poveri, per gli immigrati. Anche a livello episcopale le nomine hanno seguito questa attenzione, e mi pare che oggi le diocesi siano più impostate, nella loro attività, verso questi richiami "sociali" (che purtroppo spesso sono un po' gli unici che rimangono a livello mediatico, ma è sempre papa Francesco che ci ricorda che "la Chiesa non è una ONG"). Non sono convinto che questa attenzione sarà prioritaria in maniera definitiva, ho la sensazione che una parte della Chiesa l'abbia un po' subita.
Si tratta infatti di una sensibilità marcatamente "di sinistra", e si vede bene quando questa è trasferita all'economia. Un'altra espressione ad effetto di Francesco è quella che parla di "un'economia che uccide". Francesco era probabilmente l'ultimo critico del capitalismo, sistema ormai trionfante in tutto il mondo e dato per presupposto sia in sistemi liberali che nelle dittature. E' come se la famosa "fine della storia" di Fukuyama, che tutti ormai hanno riconosciuto come un abbaglio, per il sistema economico sia invece effettivamente avvenuta.

E qui veniamo alla considerazione "politica" del suo pontificato. La parte sociale ed economica è stata certamente di "sinistra", anche se oggi la sinistra occidentale si qualifica più per i temi etici e i cosiddetti "diritti civili", su cui il papa è rimasto saldo alla dottrina, e quindi di "destra". Marx inorridirebbe, visto che Bergoglio si è trovato ben più a sinistra della sinistra occidentale sulla "struttura", ma tant'è, viviamo in tempi strani.

E questa collocazione è stata il problema di Bergoglio come di Paolo VI.
Non è vero che sono stati espressione della fazione più "di sinistra" della Chiesa. Ci sono molte posizioni più "di sinistra" nella chiesa, dai teologi della liberazione ieri alla conferenza episcopale tedesca oggi fino a gente con un piede dentro e uno fuori come Noi siamo Chiesa.
Al massimo Bergoglio e Montini sono stati espressione delle posizioni più "di sinistra" che fossero anche papabili.

Però le loro aperture di inizio pontificato sono state prese al volo dai progressisiti più progressisti per cercare di tirare acqua al mulino di posizioni più avanzate di quelle effettivamente espresse dal papato, da qui la percezione "più di sinistra" che poi è stata inevitabilmente frustrata ma che ha creato un'etichetta.
Con Montini ci riuscirono abbastanza (la riforma liturgica è andata molto oltre quelli che erano gli auspici vaticani), con Bergoglio meno ma creando comunque un gran movimento centrifugo.
Il sinodo sull'Amazzonia negli auspici di molti doveva essere il grimaldello per ridiscutere il sacerdozio, il celibato e il diaconato femminile, ma partorì un topolino; la questione della conferenza episcopale tedesca non è ancora rientrata, e comunque ci sono anche molte altre conferenze episcopali che fanno di testa loro, non solo in senso conservatore ma anche su questioni come matrimoni gay o comunione alle persone in condizione irregolare.

Quindi Paolo VI e Francesco, che avevano iniziato il pontificato all'insegna dell'accoglienza e del dialogo con il mondo (che dal loro punto di vista, sono sicuro, era in perfetta buona fede un'accoglienza forti delle proprie certezze: "tu interlocutore sentiti accolto, curato, ascoltato, poi man mano capirai la profondità dell'amore di Cristo che si traduce nell'insegnamento della Chiesa") hanno passato la seconda metà del pontificato a cercare di chiudere il recinto dopo le fughe in avanti di alcuni, che hanno interpretato questa accoglienza come una riforma dottrinale. Paolo VI non ci riuscì, Bergoglio ha cercato di ricentralizzare parecchie decisioni ma le conferenze episcopali nazionali create dopo il Concilio ormai hanno una autonomia spiccata e camminano comunque con le proprie gambe.

Per questi motivi il conclave prossimo è il più importante da quelli del 1978, quando ci si trovava a dover trovare un Papa che potesse gestire una situazione che stava sfuggendo di mano con molte spinte centrifughe. Il conclave del 2005 era "telefonato", quello del 2013 fu improvviso e le fazioni non si erano "preparate". Adesso sono anni che c'è chi lavora dietro le quinte.

Con tutto che la strada dell'autonomia locale, nazionale, persino diocesana secondo me è comunque abbastanza segnata.
Si è visto anche nella questione del sinodo della chiesa italiana, dove la votazione dell'assemblea ha bocciato la sintesi scritta dai vescovi. Ci sono movimenti centrifughi di difficile gestione: la Chiesa non è una democrazia, e voglio vedere se questo fatto della votazione da parte di assemblee allargate si ripeterà; queste spinte richiedono risposta; e però se le Conferenze nazionali devono dare queste risposte perché più vicine ciascuna alla loro "base", in Vaticano la sinodalità è stata progressivamente accantonata. Bergoglio ha proposto numerosi "commissariamenti" di ordini e enti e ha imposto dall'alto alcune novità anche agli ordini monastici, si dice malviste.

Ma ormai i processi sono stati avviati, per usare un'altra espressione cara a papa Francesco. I migliori auguri - o meglio, le migliori preghiere allo Spirito - perché il prossimo Papa avrà davanti un compito di mediazione assai arduo.

venerdì 18 aprile 2025

Il senso delle scuole private

Negli USA è in corso una battaglia tra l'amministrazione Trump e alcune università tra le più prestigiose del Paese. Università private, di quelle con rette costose e frequentate dai figli della classe dirigente. Quelle della Ivy League.

Ho sempre pensato che il senso ultimo della libertà di insegnamento e (quindi) delle scuole private sia esattamente il fatto che possano fare da argine o da forma di resistenza quando lo stato prende derive autoritarie.

Il prezzo di questa riserva di resistenza è, in tempi "normali", la presenza di diplomifici (per esempio in Italia) o scuole profondamente classiste (la Ivy League, appunto) o di varie tendenze discutibili, settarie quando non antiscientifiche (scuole parentali, steineriane, creazioniste...). Non tutte le scuole private ovviamente sono così, ma se l'insegnamento è libero allora è libero anche in queste direzioni.

Ma sono prezzi che secondo me è giusto pagare come "assicurazione" per i tempi grami, vedi da noi per esempio il ruolo delle scuole religiose in Alto Adige nella resistenza "culturale" al fascismo.


lunedì 24 marzo 2025

Una stagione mezza vuota, ma di poco

E così l’esperienza di Motta sulla panchina della Juventus è finita in anticipo (ma pure un po’ in ritardo).

Personalmente non ero stato troppo convinto dei peana entusiasti che si erano alzati a inizio stagione, quando erano arrivate alcune vittorie precoci con molti gol. Per mesi la stagione è stata sostenuta da quelle vittorie iniziali sia in campionato (però con avversarie deboli) che in Champions League (tra cui due veri jolly, l’impresa di Lipsia – contro una squadra che però poi si è dimostrata debole – e quella con il City – pur’esso nell’annata peggiore da lustri).

Però non sono stato nemmeno troppo convinto delle stroncature recenti. Prima è arrivato il periodo dei pareggi, ma la squadra era rimasta in linea di galleggiamento in tutte le competizioni.
Di recente la squadra aveva smesso di subire rimonte ma aveva perso l'imbattibilità. L'eliminazione in coppa aveva fatto il paio con un filotto di vittorie in campionato, tra cui quella con l’Inter, e la brutta eliminazione in coppa Italia (foriera di contestazione dei tifosi) era arrivata nello stesso momento in cui la squadra ritrovava dopo mesi il quarto posto in campionato.
Una stagione contraddittoria, in cui era difficile distinguere il bicchiere mezzo vuoto da quello mezzo pieno. Le ultime due sconfitte hanno svuotato il bicchiere, ma la stagione non è ancora finita, ci sarebbe stato ancora tempo di riempirlo un poco.
Ci sono stato una miriade di infortuni, e – inutile negarlo – c’è una Juve con Bremer e una Juve senza Bremer, ben peggiore.
L’eliminazione di coppa fa male, ma è pur vero che in tutti gli ultimi anni, dal 2019 almeno, l’eliminazione europea è arrivata per mano di squadre di seconda fascia (in fila: Ajax, Lione, Porto, Villarreal, Benfica). Il livello della Juve in Europa è questo. Si sarebbe potuto certamente passare il turno, ma non si sarebbe certo fatta strada.
La media punti in campionato, prima delle due roboanti sconfitte con Atalanta e Fiorentina, era in linea con il quarto posto in tutte le stagioni recenti, e anche dopo queste partite la squadra restava secondo me la favorita per il quarto posto, considerando che il Bologna deve incontrare ancora Inter, Napoli e Atalanta mentre la Juve le ha già incontrate tutte e tre.

Questo a patto che la squadra non imploda (implodesse? speriamo) completamente su sé stessa, e i segnali sono stati allarmanti. Però non capisco il senso di aver aspettato una settimana per decidere l’esonero. Forse è vero che Giuntoli ha sentito direttamente i giocatori, e quindi sarebbero questi ad aver sfiduciato il tecnico?

Tatticamente a me pare che Motta non abbia un piano B, non varia modulo mai o quasi mai.
Anche nelle altre stagioni sia allo Spezia che a Bologna nelle ultime 10 partite aveva rallentato, il che forse è una spia che quando gli avversari gli prendono le misure poi la squadra fatica. Anche le sostituzioni spesso sono discutibili.
Però il problema a Torino non è stato principalmente tattico, e i risultati tutto sommato erano in linea con l'unico vero obiettivo stagionale: il quarto posto. Il gioco non ha avuto una parabola di miglioramento da inizio stagione (la stessa cosa che successe con Sarri), ma nemmeno è peggiorato: la partita con l’Inter è stata una buona gara, il primo tempo col Cagliari fu dominato, nel secondo la partita si è addormentata ma non si è rischiato nulla.

Insomma, in condizioni normali di spogliatoio io avrei tenuto Motta fino a giugno, e anche confermato in caso di qualificazione alla Champions League. Tanto la squadra è in fase di riassesto, qualche anno ci vuole. Non è il caso di ripetere l’errore fatto dopo Pirlo, quando si richiamò Allegri “negando” e dilazionando la necessità di una rifondazione.
Questo a patto di avere una squadra che segua il tecnico, però: se la società non ha visto questa condizione ha fatto bene a cambiare.

giovedì 20 marzo 2025

Pater semper certus, quasi

Ieri è stata la festa del papà.

Sono di questi giorni alcune notizie sulla discussione che è arrivata in Corte Costituzionale sul permettere anche alle donne single di accedere alla fecondazione artificiale.
E’ di non molto tempo fa anche la decisione di rendere la gestazione per altri “reato universale”. Quanto questa cosa sia propagandistica lo dimostrano le notizie per cui Elon Musk continua ad avere figli con questo criterio, senza che questo abbia avuto alcun effetto nei suoi vari contatti con l’Italia.

Queste sono solo due delle discussioni sulla genitorialità. Si affiancano a tantissime altre di questi tempi moderni, dalla genitorialità per copie omosessuali alla genitorialità da divorziati, in cui spesso i bambini crescono più con il patrigno che con il padre.

Io credo che non si possa rimettere il tappo al vaso di Pandora della tecnica. Quando una cosa è tecnicamente possibile la si fa, specialmente se serve a realizzare un desiderio.

Io non ho idea se i figli che crescono senza un papà o una mamma crescano meglio o peggio degli altri. Da una parte è importante l’amore che il/i genitori co mettono. D’altra parte da che mondo è mondo quando un bambino restava orfano di padre o madre, anche senza mai averlo conosciuto, si considerava la cosa come una disgrazia. Non dubito che ci siano studi statistici che cominciano ad affrontare la questione, però questi dovrebbero essere fatti a parità di “condizioni al contorno” (ceto sociale, stabilità delle relazioni tra genitori e con i figli, accesso alla cultura, beni materiali…). Non so se abbiamo campioni comparabili in quantità sufficiente per fare studi.

Osservo che quello che è messo in discussione è soprattutto il ruolo di padre, più che quello di madre. Si veda appunto l’ultima discussione: una single può diventare madre o no? Non si pone (ancora?) la questione per un uomo single. Tra l’altro la donna può diventare madre da sola anche senza la fecondazione artificiale; un uomo non c’è verso che possa avere un figlio da solo.

Il ruolo di padre è intrappolato in questo ambiguo bivio. La paternità biologica non conta nulla in alcuni ambiti (donazione di gameti, ma anche nella decisione o meno di abortire, su cui il padre non può sindacare) mentre è vincolante in altre circostanze, ovvero quando una donna partorisce un figlio e chiede il riconoscimento, anche forzato, del padre. Quasi come contrappasso rispetto ai tempi del pater familias antico, quando i figli erano proprietà dei padri, oggi sembra che sia sempre la madre a decidere: in gravidanza è l’unica che ha titolo a decidere se far nascere il bambino o meno – e questa cosa, discutibile, può essere spiegata col fatto che la gravidanza “impegna” il corpo della donna e non quello dell’uomo –; all’atto della nascita è sempre la donna che può decidere di non riconoscere il figlio, il padre non può e anzi se vorrebbe farlo è forzato a prendersi le sue responsabilità. Anche se magari quel bambino non lo vedrà per tutta la vita, perché non è interessato. In caso di divorzio, anche se crescono i casi di affido condiviso, resta prevalente la figura materna, e il padre esce di scena, tanto o poco a seconda dei casi. Quello che non viene mai meno è la responsabilità legale (ed economica di conseguenza).

E allora attacchiamoci a questa. Il padre resta il padre e non può mai rinunciare al figlio, a differenza della madre (in gravidanza e al momento della nascita). Quasi quasi oggi potremmo ribaltare il celebre motto: pater semper certus... Dovremo decidere come società se questa asimmetria ha senso o se invece “papà è chi papà fa”, e magari aprire alla possibilità che altri uomini possano assumere il ruolo di padre. Per ora il papà è uno solo.

E allora viva i papà!