In paese sono apparsi nei giorni scorsi alcuni manifesti in paese in cui il Pdl critica la condotta della Lega in Regione sulla caccia... il manifesto non è comunale, ma è difficile che in paese non se ne sapesse nulla. Schermaglie tra alleati? Le ultime voci danno l'assessore Giudici come scelta del centrodestra per le elezioni comunali: pare che abbia sorpassato (ormai definitivamente?) Abrami.
Comunque, proprio quando queste voci si sono fatte più insistenti esce un numero di Ospitaletto.org incentrato praticamente su di lei. Bene la critica, la cosa che mi fa un po' sospettare dell'imparzialità del numero è che non c'è una nota positiva che sia una, e mi sembra anche solo statisticamente difficile che in 10 anni la Giudici non abbia combinato nulla di buono...
p.s. non cercate i manifesti in giro: sono stati coperti da quelli di Giulio Incontro, col nuovo marchio di Fini-Fli.
martedì 30 novembre 2010
lunedì 29 novembre 2010
Azioni e reazioni
Ecco, ci mancava solo questo. Una bella reazione scomposta, giusto per fare ancora più rumore.
Nella Caporetto della diplomazia, anche il nostro Presidente del Consiglio è ben poco diplomatico.
Sarebbe servita una bella dose di understatement, nemmeno commentare le fughe di notizie, e invece alziamo la cagnara.
Nella Caporetto della diplomazia, anche il nostro Presidente del Consiglio è ben poco diplomatico.
Sarebbe servita una bella dose di understatement, nemmeno commentare le fughe di notizie, e invece alziamo la cagnara.
domenica 28 novembre 2010
I partiti in Comune
La scorsa settimana ho partecipato a uno dei laboratori che fanno parte del percorso della Scuola di Formazione all'Impegno Sociale e Politico della Diocesi, e il relatore ha parlato del ruolo dei partiti dalla Prima Repubblica alla crisi durante la Seconda.
Mi è sovvenuta allora una riflessione sul ruolo dei partiti a livello comunale.
Ritengo che il ruolo dei partiti sia ancora, al giorno d'oggi, insostituibile come "catena di trasmissione" della democrazia dal livello locale al livello più ampio. Poi potremo discutere sulla forma dei partiti, sulle strutture e gli strumenti più o meno moderni che utilizzano, ma non potremo mai prescindere dalla presenza di formazioni organizzate che coordinino un po' l'attività politica: non si fa politica da soli.
Al contrario, penso tutto il male possibile dell'attività dei partiti a livello comunale. Mi spiego: le sezioni dei partiti sono necessarie anche a livello locale, proprio per essere il primo gradino di un coordinamento più vasto e al più - ma questo sarebbe più compito di associazioni culturali - per proporre dibattiti, temi di discussione.
La loro attività nella vita politica e amministrativa dei Comuni invece si riduce di solito a uno scimmiottamento
delle pratiche più deleterie dell'architettura politica: quanti posti a te, quanti assessori a me, l'ufficio tecnico degli amici degli amici, quanto sono cattivi gli altri...
Inoltre la presenza di liste collegate ai partiti porta ad almeno due conseguenze deleterie sul dibattito politico locale. La prima è l'inasprimento delle contrapposizioni, che diventano "per partito preso" (come dice la parola stessa) invece che sul merito. La seconda è la deriva della discussione da argomenti locali ad argomenti sovralocali: si sentono partiti che in consiglio comunale discutono di massimi sistemi, di razzismo, di spesa pubblica, di immigrazione, di legalità divagando dagli argomenti concreti, locali.
Il mio sogno - un'utopia, non un vero progetto, beninteso - sarebbe quello che alle elezioni comunali non si presentassero delle liste, ma un unico listone di persone che danno la propria disponibilità per il proprio Comune, tra le quali scegliere l'elenco dei consiglieri comunali: una specie di bulé dell'antica Grecia. Gli eletti quindi non sarebbero legati ai partiti (ovviamente potrebbero esservi iscritti, ma non legati alle liste), e dovrebbero lavorare per trovare accordi di bene comune, il più ampi possibile. La "cosa" più vicina a una struttura del genere potrebbero essere le liste civiche, ma sono azzoppate dalla presenza di liste partitiche al loro fianco, che ne determinano
chiaramente i confini, per esclusione (chi appartiene alla civica non appartiene ai partiti che si presentano, perciò sicuramente è riferibile agli altri).
Mi è sovvenuta allora una riflessione sul ruolo dei partiti a livello comunale.
Ritengo che il ruolo dei partiti sia ancora, al giorno d'oggi, insostituibile come "catena di trasmissione" della democrazia dal livello locale al livello più ampio. Poi potremo discutere sulla forma dei partiti, sulle strutture e gli strumenti più o meno moderni che utilizzano, ma non potremo mai prescindere dalla presenza di formazioni organizzate che coordinino un po' l'attività politica: non si fa politica da soli.
Al contrario, penso tutto il male possibile dell'attività dei partiti a livello comunale. Mi spiego: le sezioni dei partiti sono necessarie anche a livello locale, proprio per essere il primo gradino di un coordinamento più vasto e al più - ma questo sarebbe più compito di associazioni culturali - per proporre dibattiti, temi di discussione.
La loro attività nella vita politica e amministrativa dei Comuni invece si riduce di solito a uno scimmiottamento
delle pratiche più deleterie dell'architettura politica: quanti posti a te, quanti assessori a me, l'ufficio tecnico degli amici degli amici, quanto sono cattivi gli altri...
Inoltre la presenza di liste collegate ai partiti porta ad almeno due conseguenze deleterie sul dibattito politico locale. La prima è l'inasprimento delle contrapposizioni, che diventano "per partito preso" (come dice la parola stessa) invece che sul merito. La seconda è la deriva della discussione da argomenti locali ad argomenti sovralocali: si sentono partiti che in consiglio comunale discutono di massimi sistemi, di razzismo, di spesa pubblica, di immigrazione, di legalità divagando dagli argomenti concreti, locali.
Il mio sogno - un'utopia, non un vero progetto, beninteso - sarebbe quello che alle elezioni comunali non si presentassero delle liste, ma un unico listone di persone che danno la propria disponibilità per il proprio Comune, tra le quali scegliere l'elenco dei consiglieri comunali: una specie di bulé dell'antica Grecia. Gli eletti quindi non sarebbero legati ai partiti (ovviamente potrebbero esservi iscritti, ma non legati alle liste), e dovrebbero lavorare per trovare accordi di bene comune, il più ampi possibile. La "cosa" più vicina a una struttura del genere potrebbero essere le liste civiche, ma sono azzoppate dalla presenza di liste partitiche al loro fianco, che ne determinano
chiaramente i confini, per esclusione (chi appartiene alla civica non appartiene ai partiti che si presentano, perciò sicuramente è riferibile agli altri).
giovedì 25 novembre 2010
Cinque per mille: una misura liberale
Sollecitato da una mail del buon don Mario Benedini, dico la mia sul taglio al cinque per mille con cui lo Stato contribuisce alle attività di volontariato.
L'Italia ha - per fortuna - una fitta rete di "società intermedie" tra la famiglia e lo Stato: ci sono le associazioni, le parrocchie, i circoli eccetera. Molte di queste associazioni, che costituiscono una ricchezza per la nostra società, si dedicano al volontariato nei campi più disparati: il primo soccorso, la cultura, l'assistenza ai bisognosi e via dicendo. In questo modo affiancano lo Stato nel fornire servizi, e alleggerendo il carico al sistema pubblico.
La misura del cinque per mille, introdotta dal governo Berlusconi III nel 2005, è quindi una delle poche cose veramente liberali proposte dai governi di centro destra: essa infatti permette di avere meno Stato nel campo dell'erogazione dei suddetti servizi, agendo invece secondo il principio della sussidiarietà laddove l'iniziativa civile non arriva. Questo genera anche un risparmio, poiché costa sicuramente meno finanziare le Onlus (che poi gestiscono i soldi in maniera capillare e forzatamente efficiente, visto che spesso hanno bilanci comunque risicati) piuttosto che mettere mano direttamente alla fornitura di tutti i servizi da parte del carrozzone statale.
E' quindi una misura "di destra", come conferma indirettamente anche Cameron che, nell'introdurre tagli draconiani nel Regno Unito, auspica la nascita e la crescita di una rete di solidarietà tra i cittadini, un po' come quella italiana delle Onlus (si veda al proposito questo interessante intervento).
Tagliando sul cinque per mille, quindi, un governo di destra perde l'occasione di fare qualcosa di destra che fornisce dei servizi al risparmio, oltre a dare un segnale sociale errato.
Ora pare che ci siano garanzie per il ripristino dei fondi: questi tira-e-molla che capitano su diverse questioni, di solito finanziarie, mi lasciano abbastanza perplesso: è come se ci si dicesse "ok, ci abbiamo provato, ci è andata male", ma non ci sia una linea precisa: il coraggio di portare avanti una scelta fino in fondo, che sia l'istituzione del cinque per mille o la sua decurtazione.
Per risparmiare cosa, poi: 300mila € (il fondo passerebbe da 400mila € a 100mila), una cifra relativamente bassa. Per esempio, basterebbe togliere il contributo per i portaborse ai parlamentari che non depositano regolare contratto presso le Camere: sono 4030 € al mese, cioè 48360 € all'anno ciascuno. I contratti regolarmente dichiarati non sono più di 200-250, mentre i parlamentari sono 945: se togliessimo il contributo a 700 parlamentari sono 33 milioni e rotti di euro, hai voglia che cinque per mille...
Ecco perché anch'io sostengo questa petizione. Speriamo bene...
L'Italia ha - per fortuna - una fitta rete di "società intermedie" tra la famiglia e lo Stato: ci sono le associazioni, le parrocchie, i circoli eccetera. Molte di queste associazioni, che costituiscono una ricchezza per la nostra società, si dedicano al volontariato nei campi più disparati: il primo soccorso, la cultura, l'assistenza ai bisognosi e via dicendo. In questo modo affiancano lo Stato nel fornire servizi, e alleggerendo il carico al sistema pubblico.
La misura del cinque per mille, introdotta dal governo Berlusconi III nel 2005, è quindi una delle poche cose veramente liberali proposte dai governi di centro destra: essa infatti permette di avere meno Stato nel campo dell'erogazione dei suddetti servizi, agendo invece secondo il principio della sussidiarietà laddove l'iniziativa civile non arriva. Questo genera anche un risparmio, poiché costa sicuramente meno finanziare le Onlus (che poi gestiscono i soldi in maniera capillare e forzatamente efficiente, visto che spesso hanno bilanci comunque risicati) piuttosto che mettere mano direttamente alla fornitura di tutti i servizi da parte del carrozzone statale.
E' quindi una misura "di destra", come conferma indirettamente anche Cameron che, nell'introdurre tagli draconiani nel Regno Unito, auspica la nascita e la crescita di una rete di solidarietà tra i cittadini, un po' come quella italiana delle Onlus (si veda al proposito questo interessante intervento).
Tagliando sul cinque per mille, quindi, un governo di destra perde l'occasione di fare qualcosa di destra che fornisce dei servizi al risparmio, oltre a dare un segnale sociale errato.
Ora pare che ci siano garanzie per il ripristino dei fondi: questi tira-e-molla che capitano su diverse questioni, di solito finanziarie, mi lasciano abbastanza perplesso: è come se ci si dicesse "ok, ci abbiamo provato, ci è andata male", ma non ci sia una linea precisa: il coraggio di portare avanti una scelta fino in fondo, che sia l'istituzione del cinque per mille o la sua decurtazione.
Per risparmiare cosa, poi: 300mila € (il fondo passerebbe da 400mila € a 100mila), una cifra relativamente bassa. Per esempio, basterebbe togliere il contributo per i portaborse ai parlamentari che non depositano regolare contratto presso le Camere: sono 4030 € al mese, cioè 48360 € all'anno ciascuno. I contratti regolarmente dichiarati non sono più di 200-250, mentre i parlamentari sono 945: se togliessimo il contributo a 700 parlamentari sono 33 milioni e rotti di euro, hai voglia che cinque per mille...
Ecco perché anch'io sostengo questa petizione. Speriamo bene...
domenica 21 novembre 2010
Dov'è il limite?
Alla fine dell'ultima puntata di Annozero, Marco Travaglio ha fatto due domande a Sandro Bondi.
La prima riguardava l'assunzione del figlio della compagna di Bondi, la deputata Manuela Repetti, presso un ente collegato al ministero dello stesso Bondi, il quale ha risposto che si tratta di un normale contratto a tempo determinato in scadenza a dicembre, come hanno migliaia di ragazzi. Non ho informazioni al riguardo di questo fatto e di questa assunzione, quindi non mi esprimo.
Mi interessa di più la seconda domanda: Travaglio ha chiesto a Bondi come mai in mezzo a tutti i tagli era stato risparmiato il milione di euro stanziato per ristrutturare il teatro di Novi Ligure, città - guarda caso - di Manuela Repetti. Il ministro ha risposto che con gioia ha aderito alla richiesta di ristrutturazione pervenutagli da un sindaco di sinistra.
E' evidente che la richiesta non sarà stata perorata solo dal sindaco, ma anche dal deputato Manuela Repetti. Mi chiedo: questo è così sbagliato come appare? Ci lamentiamo che la legge elettorale attuale, con un parlamento di nominati e non di eletti, taglia i ponti tra il corpo elettorale e i suoi rappresentanti, che non sono più espressione di un territorio ma vengono scelti dall'alto.
In questo caso abbiamo un parlamentare eletto nella circoscrizione Piemonte I che perora una causa del proprio territorio. Mi chiedo: fin dove questa richiesta è legittimo interesse per il territorio e dove invece comincia il favoritismo (da Costituzione, articolo 67, ogni membro del Parlamento rappresenta tutta la Nazione, non solo il proprio elettorato)? Insomma, era una richiesta opportuna o meno?
Potremmo cavarcela dicendo che "domandare è lecito, rispondere è cortesia", che la richiesta si può fare e poi spettava a Bondi eventualmente valutarla e respingerla, ma mi pare un modo un po' semplicistico di fare le cose.
Non so dare una risposta definitiva alla domanda che ho posto sopra, se sia o meno opportuno agire in questo modo. Io credo che non l'avrei fatto.
La prima riguardava l'assunzione del figlio della compagna di Bondi, la deputata Manuela Repetti, presso un ente collegato al ministero dello stesso Bondi, il quale ha risposto che si tratta di un normale contratto a tempo determinato in scadenza a dicembre, come hanno migliaia di ragazzi. Non ho informazioni al riguardo di questo fatto e di questa assunzione, quindi non mi esprimo.
Mi interessa di più la seconda domanda: Travaglio ha chiesto a Bondi come mai in mezzo a tutti i tagli era stato risparmiato il milione di euro stanziato per ristrutturare il teatro di Novi Ligure, città - guarda caso - di Manuela Repetti. Il ministro ha risposto che con gioia ha aderito alla richiesta di ristrutturazione pervenutagli da un sindaco di sinistra.
E' evidente che la richiesta non sarà stata perorata solo dal sindaco, ma anche dal deputato Manuela Repetti. Mi chiedo: questo è così sbagliato come appare? Ci lamentiamo che la legge elettorale attuale, con un parlamento di nominati e non di eletti, taglia i ponti tra il corpo elettorale e i suoi rappresentanti, che non sono più espressione di un territorio ma vengono scelti dall'alto.
In questo caso abbiamo un parlamentare eletto nella circoscrizione Piemonte I che perora una causa del proprio territorio. Mi chiedo: fin dove questa richiesta è legittimo interesse per il territorio e dove invece comincia il favoritismo (da Costituzione, articolo 67, ogni membro del Parlamento rappresenta tutta la Nazione, non solo il proprio elettorato)? Insomma, era una richiesta opportuna o meno?
Potremmo cavarcela dicendo che "domandare è lecito, rispondere è cortesia", che la richiesta si può fare e poi spettava a Bondi eventualmente valutarla e respingerla, ma mi pare un modo un po' semplicistico di fare le cose.
Non so dare una risposta definitiva alla domanda che ho posto sopra, se sia o meno opportuno agire in questo modo. Io credo che non l'avrei fatto.
p.s. non ho ancora scritto nulla sul "giorno del giudizio" del 14 dicembre, sulle presunte retromarce o pit stop di Fini, sulla fiducia eccetera, né mi interessa più di tanto farlo. Confermo ciò che avevo già detto qui: sono stufo di avere sempre diverse date da attendere, e nel mentre tutto è paralizzato, mentre i gioppini si agitano in questo teatrino delle marionette.
Merito e meritocrazia
Venerdì una pagina del Corriere titolava sul progetto del ministro Gelmini di premiare i professori più meritevoli con una mensilità in più in busta paga.
Naturalmente bisognerà valutare il metodo con cui si sceglieranno questi professori, visto che i criteri di valutazione sono la parte più delicata: se ci si basa sui risultati dei ragazzi come evitare improvvisi sbalzi di voti? Comunque si va senz'altro nella direzione giusta.
Mi sorgono due riflessioni su questo tema.
L'occhiello dell'articolo recitava: "I sindacati: ci interessa di più lo sblocco degli scatti di anzianità". Si vede subito chi sta dalla parte giusta e chi sta dalla parte della conservazione. Non dico che siano giusti o sbagliati gli scatti salariali e il loro blocco, ma è il caso di mettere i puntini sulle i in un'occasione in cui invece sarebbe stato bene gioire tutti per una possibilità economica in più offerta agli insegnanti? Così si accredita l'immagine di una categoria corporativa, abbarbicata a una difesa ad oltranza di tutti a prescindere dalla bravura. Magari non è così, ma la discussione sugli scatti salariali poteva essere tirata fuori in altre occasioni e altre sedi.
E più in generale, sul merito: tutti ci riempiamo la bocca con la necessità di premiare i meritevoli, anche economicamente, o di assumere solo i migliori. Siamo veramente pronti ad affrontare sul serio questa rivoluzione? Supponiamo che si individuino dei criteri oggettivi su come stilare le "classifiche" dei più bravi in ogni campo. A quel punto ci sarà chi rimarrà indietro: se si stila una classifica ci saranno i primi e ci saranno ance gli ultimi. Questi ultimi saranno penalizzati: è l'altra faccia della medaglia del premiare i primi, e se si sposa la meritocrazia avremo una parte di persone anche economicamente più indietro. Saremo pronti ad accettare questo, o grideremo all'ingiustizia, alla spietatezza del metodo, invocando comunque l'uguaglianza delle retribuzioni anche se toccherà a noi essere penalizzati? O magari si dirà "poverini, che vita che fanno, non è mica tutta colpa loro, è la società che non li fa esprimere"...
Io non ho una risposta pronta: ad accettare il rischio della meritocrazia ci vuole coraggio, è una scommessa. L'unica riflessione che mi sovviene a parziale risposta è che già oggi ci sono sacche di ingiustizia sociale: se queste fossero "giustificate" dal merito e non da una cristallizzazione sociale forse sarebbe meglio che non ora, e qualcuno di quelli che oggi sono più poveri potrebbe elevarsi grazie alla meritocrazia. E comunque potremmo dire che il problema ce lo porremo quando davvero avremo questo problema: oggi il problema è la mancanza di meritocrazia, non il suo eccesso, quindi potremmo cominciare nel mentre ad introdurre dosi di merito nella società.
Naturalmente bisognerà valutare il metodo con cui si sceglieranno questi professori, visto che i criteri di valutazione sono la parte più delicata: se ci si basa sui risultati dei ragazzi come evitare improvvisi sbalzi di voti? Comunque si va senz'altro nella direzione giusta.
Mi sorgono due riflessioni su questo tema.
L'occhiello dell'articolo recitava: "I sindacati: ci interessa di più lo sblocco degli scatti di anzianità". Si vede subito chi sta dalla parte giusta e chi sta dalla parte della conservazione. Non dico che siano giusti o sbagliati gli scatti salariali e il loro blocco, ma è il caso di mettere i puntini sulle i in un'occasione in cui invece sarebbe stato bene gioire tutti per una possibilità economica in più offerta agli insegnanti? Così si accredita l'immagine di una categoria corporativa, abbarbicata a una difesa ad oltranza di tutti a prescindere dalla bravura. Magari non è così, ma la discussione sugli scatti salariali poteva essere tirata fuori in altre occasioni e altre sedi.
E più in generale, sul merito: tutti ci riempiamo la bocca con la necessità di premiare i meritevoli, anche economicamente, o di assumere solo i migliori. Siamo veramente pronti ad affrontare sul serio questa rivoluzione? Supponiamo che si individuino dei criteri oggettivi su come stilare le "classifiche" dei più bravi in ogni campo. A quel punto ci sarà chi rimarrà indietro: se si stila una classifica ci saranno i primi e ci saranno ance gli ultimi. Questi ultimi saranno penalizzati: è l'altra faccia della medaglia del premiare i primi, e se si sposa la meritocrazia avremo una parte di persone anche economicamente più indietro. Saremo pronti ad accettare questo, o grideremo all'ingiustizia, alla spietatezza del metodo, invocando comunque l'uguaglianza delle retribuzioni anche se toccherà a noi essere penalizzati? O magari si dirà "poverini, che vita che fanno, non è mica tutta colpa loro, è la società che non li fa esprimere"...
Io non ho una risposta pronta: ad accettare il rischio della meritocrazia ci vuole coraggio, è una scommessa. L'unica riflessione che mi sovviene a parziale risposta è che già oggi ci sono sacche di ingiustizia sociale: se queste fossero "giustificate" dal merito e non da una cristallizzazione sociale forse sarebbe meglio che non ora, e qualcuno di quelli che oggi sono più poveri potrebbe elevarsi grazie alla meritocrazia. E comunque potremmo dire che il problema ce lo porremo quando davvero avremo questo problema: oggi il problema è la mancanza di meritocrazia, non il suo eccesso, quindi potremmo cominciare nel mentre ad introdurre dosi di merito nella società.
domenica 14 novembre 2010
Un Vangelo esigente
Il Vangelo di oggi (Lc 21,5-19) è un Vangelo esigente per ogni cristiano, che fa riflettere e lascia anche un po' turbati.
Nell'interpretazione del mio Parroco, don Renato, Gesù ci parla non della fine della storia, ma del fine della storia, per cui la storia è il teatro in cui il cristiano è chiamato a rendere testimonianza. Questo anche se nella storia c'è il male, che è un elemento inevitabile, c'è sempre stato fin dall'inizio. Ma quante volte nel Vangelo Gesù dichiara beati i perseguitati, e invita a "prendere la propria croce", dicendo che chi perderà la vita per causa Sua la salverà (Mt 8, 34-38).
In questo Vangelo Gesù ci spiega che quando si parla del male e di perdere la vita, può non essere in senso figurato: al versetto 16 si parla esplicitamente di uccisioni dei cristiani (teniamo presente che quando Luca scrive si aveva già notizia certa di almeno due cristiani uccisi, Stefano e Giacomo, la cui sorte è riportata negli Atti).
E' il sangue dei martiri, che salveranno la propria vita (cfr. versetto 19) nella Vita Eterna. La Chiesa si è irrorata del sangue dei martiri lungo i secoli, potremmo dire che è cresciuta con esso. Ecco che ciascuno è chiamato ad essere perseverante in maniera esigente, fino al sacrificio supremo.
Attenzione, questo non vuol dire che bisogna andare a cercare il martirio, come in certe interpretazioni integraliste: negli Atti lo stesso Paolo, saputo che i Giudei complottano per ucciderlo, fugge da Damasco, cerca di evitare lo scontro fisico (At 9, 23-25). E' quindi più che lecito cercare di salvare la propria vita, ma non ad ogni costo: il martire non è colui che si caccia nei pasticci, ma colui che quando non gli si lascia altra via d'uscita preferisce restare fedele a Cristo anche di fronte alla morte.
La cosa confortante è che Cristo sarà al nostro fianco durante la testimonianza, quindi non temiamo anche quando siamo chiamati a testimoniare in condizioni difficili o di minoranza: non è detto che avremo successo, che andrà tutto bene come piacerebbe a noi, ma Lui è al nostro fianco e la nostra testimonianza porterà frutto.
Nell'interpretazione del mio Parroco, don Renato, Gesù ci parla non della fine della storia, ma del fine della storia, per cui la storia è il teatro in cui il cristiano è chiamato a rendere testimonianza. Questo anche se nella storia c'è il male, che è un elemento inevitabile, c'è sempre stato fin dall'inizio. Ma quante volte nel Vangelo Gesù dichiara beati i perseguitati, e invita a "prendere la propria croce", dicendo che chi perderà la vita per causa Sua la salverà (Mt 8, 34-38).
In questo Vangelo Gesù ci spiega che quando si parla del male e di perdere la vita, può non essere in senso figurato: al versetto 16 si parla esplicitamente di uccisioni dei cristiani (teniamo presente che quando Luca scrive si aveva già notizia certa di almeno due cristiani uccisi, Stefano e Giacomo, la cui sorte è riportata negli Atti).
E' il sangue dei martiri, che salveranno la propria vita (cfr. versetto 19) nella Vita Eterna. La Chiesa si è irrorata del sangue dei martiri lungo i secoli, potremmo dire che è cresciuta con esso. Ecco che ciascuno è chiamato ad essere perseverante in maniera esigente, fino al sacrificio supremo.
Attenzione, questo non vuol dire che bisogna andare a cercare il martirio, come in certe interpretazioni integraliste: negli Atti lo stesso Paolo, saputo che i Giudei complottano per ucciderlo, fugge da Damasco, cerca di evitare lo scontro fisico (At 9, 23-25). E' quindi più che lecito cercare di salvare la propria vita, ma non ad ogni costo: il martire non è colui che si caccia nei pasticci, ma colui che quando non gli si lascia altra via d'uscita preferisce restare fedele a Cristo anche di fronte alla morte.
La cosa confortante è che Cristo sarà al nostro fianco durante la testimonianza, quindi non temiamo anche quando siamo chiamati a testimoniare in condizioni difficili o di minoranza: non è detto che avremo successo, che andrà tutto bene come piacerebbe a noi, ma Lui è al nostro fianco e la nostra testimonianza porterà frutto.
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